M@GM@ (Apr 2018)

Il violino del lager

  • Gemma Manoni

Journal volume & issue
Vol. 16, no. 1

Abstract

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Dopo l’8 settembre del 1943 più di 650.000 soldati italiani furono fatti prigionieri dai tedeschi e deportati in Germania. Posti di fronte alla drammatica scelta tra l’adesione a combattere nelle file del terzo Reich o l’internamento nei campi nazisti e il lavoro coatto, la quasi totalità dei prigionieri rifiutò di continuare la guerra con la repubblica di Salò al fianco dei tedeschi, dicendo il primo NO di massa al fascismo. Divennero così “schiavi di Hitler” e rimasero nei lager nazisti sino alla fine della guerra, per quasi due anni; non come prigionieri di guerra, ma come IMI (Internati Militari Italiani), per i quali non valevano né le tutele della convenzione di Ginevra né l’assistenza della Croce Rossa Internazionale, perché i tedeschi li consideravano traditori. Circa 60.000 perirono in Germania. Mio padre, allora poco più che ventenne, è stato un IMI ed ha vissuto esperienze atroci; ricordo che, quando in famiglia provavamo a fargli raccontare la sua vicenda nei lager si turbava, si commuoveva e noi per rispetto non insistevamo oltre. Mio padre, nonostante quelle drammatiche sofferenze, riesce a resistere per 20 lunghissimi mesi e a tornare a casa perché ha un alleato: un violino, da lui trovato sotto le macerie mentre lavora allo sgombero delle rovine dei bombardamenti. Lui lo sa suonare, lo ha studiato finché non è scoppiata la guerra e ora lo raccoglie e lo rimette in sesto. riesce a formare una orchestrina nel lager e quando si mette a suonare il violino mio padre dimentica l’orrore in cui è immerso e ritrova la speranza di salvarsi e di sopravvivere; amava dire a noi figli che era riuscito “a portare la pelle a casa” perché sapeva suonare il violino. Alla fine della guerra mio padre torna dalla Germania con un leggio, con il violino che gli ha salvato la vita e con alcuni spartiti con il timbro del lager. Quel violino, che era stato il suo talismano, mio padre lo ha conservato per più di 60 anni come una reliquia, non lo ha mai più suonato; ne suonava un altro. L’ANRP (Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia) ha dedicato una intera teca del suo museo alla storia di mio padre e del suo violino.

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